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giovedì 4 marzo 2010

Dischidimmerda (variante gruppidimmerda): Queen


Cappellino introduttivo sul perché mi sembra inutile parlare male di Lady Gaga: non ho nessun disco suo, e non ho voglia di perder tempo ascoltandola – se non per caso alla tv o alla radio… e quindi non posso parlarne né bene né male: non la conosco abbastanza.
Posso invece parlare male del gruppo oggetto dell’articolo odierno: i Queen.
Perché quando avevo 13/14 anni mi piacevano [1], compravo i loro dischi, avevo appeso in camera il poster di “Bicycle Race” (quello con le cicliste nude – perché erano nude e perché era una cosa in qualche modo “ribelle” – a quell’età, eh!)
Alle feste del sabato pomeriggio per far colpo sulle ragazze “noi duri” usavamo cose del tipo: “Nahh, non mi piace la disco, vieni che ti faccio sentire i Queen”… per quanto ricordo, peraltro, con scarsissimi risultati.
Poi i quattordici anni passano, gli orizzonti si allargano, scopri che c’è vita oltre la festa delle medie – e oltre i dischi del futuro baffetto.

E rimangono loro, i Queen, in sintesi:
• un cantante istrionico e vocalmente iper-dotato, che non ha praticamente mai usato la sua voce per cantare alcunché di significativo, essendo troppo occupato a far notare la sua “estensione vocale”; [2]
• un chitarrista pesante, con un suono ridondante e pacchiano quando pulito, oppure banale e scontato quando distorto. Tecnicamente bravino, ma vedi la nota 2;
• un bassista ininfluente;
• un batterista scandaloso, ma discreto a fare i cori. [3]

Dischi costruiti con un impasto furbino di hard-rock, vaudeville, ballatone (i “lenti”) e futuri inni da stadio di calcio – fino all’apice del cattivo gusto, la mitica “Bohemian Rhapsodhy” – una specie di incubo in cui ogni peggior figura retorica musicale ha la sua parte.
Dalla ballata pianistica al sotto-finalino hard, con il capolavoro dell’inutile pomposità della parte centrale in simil-opera lirica (“Figaroooo – mag-nifi-coooo. Zum zum zum zum zum”)
Come dimenticare la scena di Wayne’s World con i quattro sfigatelli adolescenti che la mimano in macchina, fino a fare “head-banging” sulla parte hard-rock?
Lì è dove dovrebbero stare i Queen, tra ragazzini non ancora maggiorenni – e invece c’è chi li prende sul serio, e scambia questo trionfo di banalità conformista e trasformista per indice di versatilità artistica…

Sui dischi dell’epoca ricordo la scritta “In questo disco non sono stati usati sintetizzatori” come se fosse un attestato di merito per la “purezza” del loro rock contro l’artificiosità della musica elettronica (?).
Anche se a un certo punto i synth se li sono comprati anche loro, eccome! Diciamo a partire con “The Game”?
Lì nel frattempo io avevo compiuto 16 anni, e per fortuna mi sono consciamente perso, tenendomene alla larga, tutta la carriera successiva dei quattro, come gruppo e come solisti.

Poi nel 1991 Freddie Mercury è morto.
Umanamente mi spiace per lui, ma commercialmente immagino l’eccitazione e i sogni bagnati dei discografici (“Un nuovo mito! Dischi alla memoria, inediti, puttanate varie, compilation – minchia quanti soldi che faremo su questo bel cadavere fresco fresco!”), anche se francamente cose di cattivo gusto come l’album “Made in heaven” [4], fatto con le ultime registrazioni inedite di Mercury, o pacchiane come le successive reunion con Paul Rodgers alla voce, beh, forse erano troppo anche per l’immaginazione di qualsiasi discografico cannibale.

Sono d’accordo con Webbatici, che in un’altra sede mi faceva notare come “l’idolatria cieca e fondamentalista sia in gran parte causata dalla morte del baffo, quasi come stesse lì a rimarcare il fatto che fossero questo grande gruppo storico e mondiale, quando in realtà negli anni '80 furono più che altro un fenomeno di costume e trasgressione, con zero costrutto musicale.”

Per la differenza tra leggende viventi e miti confrontare la spigolatura da Vinile sui Cure – però è necessario aggiungere che se per diventare un mito la morte è un passaggio necessario, non è comunque un passaggio sufficiente.
Freddie Mercury non era Jim Morrisson, Jimi Hendrix o Ian Curtis. Giocava più nella lega di Liberace o Elton John (che non è morto fisicamente, lo so, ma musicalmente sì, e da parecchi anni…)
I primi sono miti, i secondi sono solo morti. C’è una bella differenza, eh!


Note e links:
[1] Come già scritto ad esempio parlando dei dischi che ci cambiano la vita.

[2] Peraltro, chi se ne fotte, l’estensione vocale può servire per la musica lirica, mica per con il rock. (Per non parlare dei “tecnicismi” da “air-guitarist”: senti che assolo!) Ma è il classico argomento portato “a favore” della supposta grandezza dei Queen e di baffetto: “C’ha una estensione vocale oh! Tre ottave!” (O cinque o dieci ottave, a seconda della propensione all’esagerazione di chi parla – e che normalmente non ha la benché minima idea di cosa sai questa “ottava”).
Ancora dalla conversazione con Webbatici: “Mercury era oggettivamente un grande cantante, ma era troppo vittima del proprio narcisismo tecnico e della prosopopea e dall'eccesso enfatico. Tim Buckley, ad esempio, era l'esatto contrario, cantava con virtuosismo umile e coraggioso.”

[3] Però con un drum-kit assurdo, fatto di alcune migliaia tra piatti e tamburi – molto alla Stefano d’Orazio in questo…

[4] Come dimenticare la sobria copertina, che potete vedere qui sopra: a destra la statua del baffetto, a sinistra i tre becchini che si sfregano le mani pensando ai soldi che gli arriveranno da questa orrenda e necrofila marchetta. Un capolavoro assoluto.

domenica 28 febbraio 2010

I dischi che vi hanno cambiato la vita - parte 1


Quali sono i dischi che vi hanno cambiato la vita – o quanto meno il modo di vivere la “parte musicale” della vostra esistenza?
Due regole semplicissime da rispettare per partecipare al gioco, però: uno, devono essere dischi che avete ascoltato “in diretta”, diciamo al massimo entro un anno dalla loro uscita nei negozi; due, bisogna dare almeno una veloce spiegazione del perché li avete scelti.

Comincio io, ovviamente, in ordine cronologico: [1]

1976 – Pink Floyd – Wish You Were Here (1975)
Ce l’aveva il fratello maggiore del mio amico Andrea, eravamo in terza media e per un lavoro di Educazione Artistica (credo si chiamasse così) avevamo bisogno di una colonna sonora. La colonna sonora fu la “Shine on You Crazy Diamond” del lato B, e il disco fu praticamente il primo LP che ascoltai “consapevolmente”, senza peraltro capirci un gran che. Era troppo difficile per il me tredicenne :)

1977 – Queen – News of the World
Questo invece me lo sono proprio comprato, ed è stato il primo: c’erano dentro “We will rock you” e “We are the champions”, la prima è legata al ricordo delle prime birre con gli amici, la seconda alle prime feste organizzate in casa al sabato pomeriggio e i primi approcci con le ragazze (i lenti!)

1980 – The Doors – Greatest Hits
Era quello con la copertina bianca e rossa – per un ragazzo di prima liceo come me, Jim Morrison era un dio. Qualche anno dopo sarebbe diventato un mito da quattro soldi per i “freak” [2], ma quell’antologia fu la mia introduzione a un mondo magico, diverso da tutto quello che avevo ascoltato fino ad allora (Genesis, Queen, Pink Floyd, Led Zeppelin, CSN&Y, Fleetwood Mac, insomma tutti i dinosauri tipici di quegli anni).
Nella mia classe c’erano almeno quattro fazioni: Progressive, West Coast, Led Zeppelin, Doors.
Il punk e la new wave? In un liceo classico? Ovviamente no, ma…

1981 – Echo and the Bunnymen – Crocodiles (1980)
… ma ad un certo punto ho cominciato a vedere sui giornali musicali dell’epoca (Rockstar e Ciao 2001) degli articoli che si riferivano a questi sconosciuti E&B come ai “nuovi Doors” e allora quando l’ho preso per curiosità e con grande scetticismo, “vediamo un po’ come sono questi nuovi Doors, mah…”
E invece. E’ bastato il primo pezzo, “Going up”, e si è aperto un mondo che fino ad allora avevo solo sfiorato. Inizia con alcuni rumori indistinti, poi ci sono delle chitarre, poi arriva una batteria mixata in crescendo, ed al culmine esplode la canzone – fino alla rullata che precede il “goiiiing aaaaap – going daaun”.
E qui c’è la terza parte, un arpeggio di chitarra su un rumori di feedback, vocals mormorate, il basso in primo piano.
Sono passati meno di quattro minuti dall’inizio del disco, ma per me la musica non sarà mai più quella di prima. Qui era tutto nuovo, i suoni, la struttura delle canzoni, i testi, la copertina… Era tutti nuovo e lo sentivi vicino a te, ti pareva di farne parte: non erano mostri sacri inavvicinabili, erano ragazzi più o meno come te.
Erano le stesse sensazioni che probabilmente avrei avuto se avessi scoperto il punk prima della new wave, ma per ragioni anagrafiche per me è stato il contrario…
Poi da qui ho scoperto tutto il resto, compreso Rockerilla (il primo numero che ho comprato aveva E&B in copertina) che è diventata la mia Bibbia musicale di quegli anni :)
E proprio su Rockerilla ad un certo punto leggo che a Firenze esiste…

1983 – Diaframma – Altrove
… questo gruppo che ha pubblicato un EP, cantato in italiano (!) che si rifà alle sonorità della new wave inglese, Joy Division in primis.
E anche questo fu un vero colpo di fulmine, per le poesie in musica di Federico Fiumani, che erano si dark ma anche profondamente legate all’angst giovanile e culturale del me giovane neo-universitario – e senza neanche il fastidio di doverle prima tradurre dall’inglese…
E la musica, naturalmente: quegli arpeggi affilati tra chorus e riverbero così tipicamente new-wave/dark, la batteria secca e, come si diceva all’epoca, “tribale” – facevano passare in secondo piano la scarsa personalità del bassista e la voce “faticosa” di Vannini, uno Ian Curtis (più) stonato – anche se perfettamente funzionale a quel suono e a quei momenti.
Dai Diaframma il passo successivo sarà la scoperta della scena new-wave italiana che mi porterà prima a pubblicare una fanzine dedicata esclusivamente alla musica alternativa italiana e dopo a comprare un basso usato e cominciare a suonare la musica che mi piaceva.

(direi che probabilmente continua – non sono ancora arrivato neanche a metà degli anni ’80!)

Note e links:
[1] La prima data si riferisce a quando l’ho ascoltato, quella eventualmente tra parentesi è l’anno di pubblicazione.

[2] Che fastidio poi quel pezzo che diceva “Tanto so già che metterai su i Doors”…