
Cappellino introduttivo sul perché mi sembra inutile parlare male di Lady Gaga: non ho nessun disco suo, e non ho voglia di perder tempo ascoltandola – se non per caso alla tv o alla radio… e quindi non posso parlarne né bene né male: non la conosco abbastanza.
Posso invece parlare male del gruppo oggetto dell’articolo odierno: i Queen.
Perché quando avevo 13/14 anni mi piacevano [1], compravo i loro dischi, avevo appeso in camera il poster di “Bicycle Race” (quello con le cicliste nude – perché erano nude e perché era una cosa in qualche modo “ribelle” – a quell’età, eh!)
Alle feste del sabato pomeriggio per far colpo sulle ragazze “noi duri” usavamo cose del tipo: “Nahh, non mi piace la disco, vieni che ti faccio sentire i Queen”… per quanto ricordo, peraltro, con scarsissimi risultati.
Poi i quattordici anni passano, gli orizzonti si allargano, scopri che c’è vita oltre la festa delle medie – e oltre i dischi del futuro baffetto.
E rimangono loro, i Queen, in sintesi:
• un cantante istrionico e vocalmente iper-dotato, che non ha praticamente mai usato la sua voce per cantare alcunché di significativo, essendo troppo occupato a far notare la sua “estensione vocale”; [2]
• un chitarrista pesante, con un suono ridondante e pacchiano quando pulito, oppure banale e scontato quando distorto. Tecnicamente bravino, ma vedi la nota 2;
• un bassista ininfluente;
• un batterista scandaloso, ma discreto a fare i cori. [3]
Dischi costruiti con un impasto furbino di hard-rock, vaudeville, ballatone (i “lenti”) e futuri inni da stadio di calcio – fino all’apice del cattivo gusto, la mitica “Bohemian Rhapsodhy” – una specie di incubo in cui ogni peggior figura retorica musicale ha la sua parte.
Dalla ballata pianistica al sotto-finalino hard, con il capolavoro dell’inutile pomposità della parte centrale in simil-opera lirica (“Figaroooo – mag-nifi-coooo. Zum zum zum zum zum”)
Come dimenticare la scena di Wayne’s World con i quattro sfigatelli adolescenti che la mimano in macchina, fino a fare “head-banging” sulla parte hard-rock?
Lì è dove dovrebbero stare i Queen, tra ragazzini non ancora maggiorenni – e invece c’è chi li prende sul serio, e scambia questo trionfo di banalità conformista e trasformista per indice di versatilità artistica…
Sui dischi dell’epoca ricordo la scritta “In questo disco non sono stati usati sintetizzatori” come se fosse un attestato di merito per la “purezza” del loro rock contro l’artificiosità della musica elettronica (?).
Anche se a un certo punto i synth se li sono comprati anche loro, eccome! Diciamo a partire con “The Game”?
Lì nel frattempo io avevo compiuto 16 anni, e per fortuna mi sono consciamente perso, tenendomene alla larga, tutta la carriera successiva dei quattro, come gruppo e come solisti.
Poi nel 1991 Freddie Mercury è morto.
Umanamente mi spiace per lui, ma commercialmente immagino l’eccitazione e i sogni bagnati dei discografici (“Un nuovo mito! Dischi alla memoria, inediti, puttanate varie, compilation – minchia quanti soldi che faremo su questo bel cadavere fresco fresco!”), anche se francamente cose di cattivo gusto come l’album “Made in heaven” [4], fatto con le ultime registrazioni inedite di Mercury, o pacchiane come le successive reunion con Paul Rodgers alla voce, beh, forse erano troppo anche per l’immaginazione di qualsiasi discografico cannibale.
Sono d’accordo con Webbatici, che in un’altra sede mi faceva notare come “l’idolatria cieca e fondamentalista sia in gran parte causata dalla morte del baffo, quasi come stesse lì a rimarcare il fatto che fossero questo grande gruppo storico e mondiale, quando in realtà negli anni '80 furono più che altro un fenomeno di costume e trasgressione, con zero costrutto musicale.”
Per la differenza tra leggende viventi e miti confrontare la spigolatura da Vinile sui Cure – però è necessario aggiungere che se per diventare un mito la morte è un passaggio necessario, non è comunque un passaggio sufficiente.
Freddie Mercury non era Jim Morrisson, Jimi Hendrix o Ian Curtis. Giocava più nella lega di Liberace o Elton John (che non è morto fisicamente, lo so, ma musicalmente sì, e da parecchi anni…)
I primi sono miti, i secondi sono solo morti. C’è una bella differenza, eh!
Note e links:
[1] Come già scritto ad esempio parlando dei dischi che ci cambiano la vita.
[2] Peraltro, chi se ne fotte, l’estensione vocale può servire per la musica lirica, mica per con il rock. (Per non parlare dei “tecnicismi” da “air-guitarist”: senti che assolo!) Ma è il classico argomento portato “a favore” della supposta grandezza dei Queen e di baffetto: “C’ha una estensione vocale oh! Tre ottave!” (O cinque o dieci ottave, a seconda della propensione all’esagerazione di chi parla – e che normalmente non ha la benché minima idea di cosa sai questa “ottava”).
Ancora dalla conversazione con Webbatici: “Mercury era oggettivamente un grande cantante, ma era troppo vittima del proprio narcisismo tecnico e della prosopopea e dall'eccesso enfatico. Tim Buckley, ad esempio, era l'esatto contrario, cantava con virtuosismo umile e coraggioso.”
[3] Però con un drum-kit assurdo, fatto di alcune migliaia tra piatti e tamburi – molto alla Stefano d’Orazio in questo…
[4] Come dimenticare la sobria copertina, che potete vedere qui sopra: a destra la statua del baffetto, a sinistra i tre becchini che si sfregano le mani pensando ai soldi che gli arriveranno da questa orrenda e necrofila marchetta. Un capolavoro assoluto.
