Visualizzazione post con etichetta ...della musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ...della musica. Mostra tutti i post

mercoledì 26 settembre 2012

Il valore della musica

"Quanto vale la musica che acquistiamo?" è il titolo di un bel post sul blog The Evil Monkey's Records.

Il post in realtà parla non tanto del valore quanto del costo dell'acquisto di musica al giorno d'oggi.[1]

Io vorrei invece affrontare proprio la questione del valore come sinonimo di qualità: quanto "vale" un disco in termini di qualità della musica contenuta?

Alcuni giorni fa si parlava su Facebook del solito problema: come si può dimostrare oggettivamente che la musica di Bach è più bella di quella di Pupo (o che un libro di Shakespeare è più bello di un libro Moccia. Ma vale per qualsiasi forma d'arte: è il più grosso dilemma dell'estetica).
Io sono ormai convinto che la dimostrazione sia impossibile.

Se fosse possibile dare un giudizio oggettivo su un'opera d'arte non dovrebbe poter esistere un'opera brutta, perchè nessuno vorrebbe averci a che fare.
Di conseguenza, l'unico giudizio possibile sull'arte è (purtroppo) "mi piace/non mi piace".

E qui siamo d'accordo in molti: Bach ci piace più di Pupo e Shakespeare di Moccia.
Ma che uno sia meglio dell'altro, non siamo capaci di dimostrarlo.

Il mercato della musica è un campo davvero adatto a questo discorso: il prezzo di un prodotto "nuovo"[2] è anelastico sia rispetto alla domanda sia rispetto alla qualità.
Ovvero:
1 - un disco nuovo costa X, sia che se ne vendano milioni di copie sia che se ne vendano poche centinaia.
2 - un disco nuova costa X, sia che si tratti della migliore registrazione fatta dalla più grande orchestra del mondo sia che si tratti del debutto dell'ultimo cantante nazional-popolare da classifica.

Lasciando perdere il primo punto, che riguarda casomai l'idiozia dei dirigenti delle case discografiche, occupiamoci del secondo.

Tutti i dischi nuovi costano allo stesso modo, senza che la "qualità" di un disco entri minimamente tra le varaibili che ne determinano il prezzo.
E qui per "qualità" possiamo intendere tutto: la qualità della registrazione, della composizione, della confezione, dell'esecuzione o degli esecutori.
E, soprattutto, la qualità della musica contenuta.[3]

Se la qualità non conta, la conclusione logica è che la qualità non esiste.
Oppure, se esiste, non è percepibile in maniera oggettiva, e quindi è come se non esistesse.

Perchè se la qualità contasse, se un disco di Bach fosse oggettivamente superiore a uno di Pupo, non ci sarebbe nessuna ragione per cui qualcuno dovrebbe comprare, allo stesso prezzo, un disco di qualità inferiore.
Sarebbe un assurdo economico: chiunque cerca di comprare la qualità migliore dato un certo prezzo.

E quindi, se non possiamo dimostrare oggettivamente la qualità assoluta, tocca per forza accontentarci dei più semplici e relativi "mi piace/non mi piace".

Rimarrebbe il discorso del valore come corrispettivo monetario.
Qui il discorso riguarda solo i dischi come fenomeno collezionistico: un normale disco nuovo viene venduto come usato a circa la metà del prezzo del nuovo, cioè viene pagato a chi lo vende circa un quarto del prezzo pieno.

Per i dischi da collezione, il discorso è diverso e molto più semplice, e in fondo è comune a qualsiasi cosa da collezione.
Il disco che vi manca e che volete a tutti i costi costa almeno il doppio di quanto incasserete quando vorrete rivenderlo...


Note e links:
[1] In sintesi, comprare un cd nuovo da Amazon o gli mp3 da iTunes costa, grosso modo, lo stesso (un pelino meno di 10 euro su iTunes, circa 10 euro e mezzo su Amazon)
Che in ogni caso è circa la metà di quanto costavano i cd una ventina di anni fa.
Quindi sì, la rete ha portato un indiscutibile ribasso dei prezzi.
Anche se il vero concorrente è il download "illegale", che ha abituato tutti a considerare "zero" il prezzo di un file mp3.
Ma la discussione la potete leggere al link sopra riportato.

[2] Ricordo: stiamo parlando di un normale disco "nuovo".
Certo, esistono e sono esistite edizioni a prezzo ridotto "imposto", ristampe economiche, dischi di importazione, dischi usati e dischi "rari".
Sono però tutte eccezioni, che non cambiano il discorso fondamentale sul prezzo del nuovo.

[3] Il collezionismo naturalmente fa molte differenze tra un disco e un altro: ma tutte basate su fattori extra-musicali.
Un disco è "collezionabile" se raro, se è una prima edizione, se è una edizione particolare.
Tutta roba che non c'entra nulla con la musica in esso contenuta.

martedì 14 febbraio 2012

La temperatura della musica

La "temperatura"[1] della musica è un concetto curioso: non è quasi mai legato alla singola canzone, ma viene genericamente attribuito a:
1 - Un intero genere musicale (soul: caldo, drone: freddo)
2 - Un insieme di suoni e timbri (chitarra acustica: calda, sintetizzatore: freddo)

Ad esempio, il calore delle nuove produzioni soul è direttamente legato alla loro mancanza di originalità: più un pezzo è impersonale, in quanto sfrutta tutti gli stilemi e i clichè del genere, più viene recepito come familiare, e quindi appartenente a pieno titolo al genere in questione ed alla suo "calore".
E la cosa non si limita al soul, beninteso: vale per qualsisai tipo di musica, dal rock'n'roll al reggae, dal jazz alla new-wave, ed è uno dei motivi per cui faccio fatica a prendere sul serio qualsiasi tipo di revival.
Più sei poco originale e più sei revivalista: mi sfugge il senso di fare un gruppo di cover mascherato dal fatto di suonare non canzoni altrui ma originali più o meno copiati bene dai classici del genere.

I due aspetti sopra ricordati sono però, nemmeno tanto inaspettatamente, profondamente legati alle circostanze storiche.
Ovvero, ogni epoca storica definisce quali siano le musiche o i timbri "caldi" o "freddi".
Sono sempre gli stessi esempi, ma sempre quella è la materia: agli inizi del '900 era "freddo" l'insopportabile rumore moderno del jazz, come pochi anni dopo lo sarebbe stato l'altrettanto insopportabile rumore moderno del r'n'r, poi quello dei gruppi rock, e quello dei gruppi punk, e via di seguito, dalla new-wave al noise, dal grunge all'ambient.[2]

Qualcuno può oggi pensare seriamente che i Clash avessero un suono "freddo"? O Elvis Presley, o Louis Armstrong? Eppure, di tutti quello si è detto: che erano freddi perchè troppo moderni, in contrapposizione alla "buona vecchia musica di una volta".
I suoni/generi che adesso (o che in un qualsisasi momento dato) ci sembrano freddi, acquisteranno calore tra qualche anno, quando saranno stati metabolizzati, classificati e archiviati nella memoria storica, nostra e della società.

Discorso assolutamente identico per i timbri: ogni nuovo strumento è stato definito alla sua nascita "freddo" (in quanto i timbri oggettivamente nuovi non scatenavano nessuna emotività, non essendo ancora legati, evidentemente, a nessun ricordo)
Ma basta lasciar passare qualche anno ed ecco che i suoni già sentiti si legano ai ricordi, e diventano magicamente caldi.
Vale per le chitarre elettiche e per i tamburi, per il sax e per i sintetizzatori, per le drum machine e per i campionatori.
Ad esempio, nel mondo degli strumenti elettronici (synth, drum machine, campionatori) sono di gran moda, da qualche anno, i suoni "caldi ed analogici" dei primi strumenti, magari di epoca pre-MIDI, che naturalmente all'epoca della loro produzione erano recepiti come strumenti futuristici, freddi e matematici.
Sto parlando di ottimi strumenti come i primi Moog (Minimoog su tutti), Sequential Circuits (Prophet 5), Oberheim, Ems.[3]
Ma anche cose più modeste come gli - all'epoca - economici e limitati Korg Ms-20, i Roland Juno 6/60/106, l'orrida coppia TR606 - TB303 (sempre Roland), e una marea di altri strumenti elettronici di dubbia qualità che ora, nel nome della magia "analogica", hanno raggiunto quotazioni monetarie al limite del ridicolo, scatenando un mercato dell'elettronica vintage che ha lo stesso motivo di essere del mercato dei dischi in vinile...
La TR606, ad esempio, è stata la mia prima batteria elettronica, comprata usata a metà degli anni '80, di cui molto mi vergognavo: aveva circa tre suoni (scìf, sciàf, scìck) però con diversi nomi (bass drum, snare drum, toms, crash, ride, hit-hat, etc.)
E ho avuto anche un Korg Ms-20, synth monofonico "ispirato" al Minimoog con i cavi delle patch, che riusciva ad emulare qualsiasi suono, purchè fosse quello di un organo Bontempi.
Nel corso degli anni ho avuto a disposizione diversi synth analogici economici, e me li ricordo quasi tutti con orrore: a partire da un bellissimo Oberheim Matrix 6, con suoni oggettivamente fantastici, i cui oscillatori però tenevano l'accordatura per non più di quindici minuti...
La cosa veramente assurda è che questi strumenti, allora giudicati "meccanici, freddi, impersonali", ora sono così ricercati in quanto "analogici, caldi, personali".

Addiritura nel campo degli strumenti VST[4] c'è ultimamente una corsa all'analogico virtuale.
La parola magica è synth VA (virtually analogic) e dall'altra parte si comincia a vedere un po' di retroarcheolgia anche qui, con fan dei "primi" strumenti vst/vsti.
A mio giudizio, una follia.


Note e links:
[1] Ovviamente si parla di "musica calda" in senso positivo e di "musica fredda" in senso negativo: freddo come sinonimo di cerebrale, asettico, sintetico, digitale e caldo come sinonimo di analogico, passionale, genuino. Un insieme di cazzate, a mio parere.

[2] Qui si possono aggiungere all'elenco tutti i generi di musica "nuova" che si sono succeduti dall'inzio dei tempi ad oggi.

[3] Per chi volesse documentarsi sui synth analogici "d'epoca", Vintagesynth è un ottimo punto di partenza. Ad esempio, questa è la pagina dedicata al Prophet 5.

[4] Ovvero gli strumenti elettronici virtuali, cui si era già accennato qui.

lunedì 16 gennaio 2012

La lunghezza della musica

La durata in minuti di una canzone o di un'opera musicale è da sempre (anzi, non esageriamo, da quando esistono i supporti fonografici...) legata alla capacità dei media di riproduzione.
I dischi a 78 giri permettevano, come più tardi i 7" a 45 giri, canzoni di tre/quattro minuti al massimo, ovvero il formato che è diventato standard per la canzone pop.
Il 33 giri permetteva di registrare poco più di una ventina di minuti di musica per facciata: l'album (che deve il suo nome al periodo dei 78 giri, quando la registrazione di un'opera veniva divisa su più dischi da 78 giri, venduti tutti insieme ed inseriti in un contenitore che ricordava un album fotografico) aveva così una durata standard di 40 minuti circa, e su questa durata sono stati stabiliti i formati delle compact-cassette: c45 (un album), c90 (due album) e c60 (per i rari album "fuori standard" che arrivavano fino a quais 30 minuti per facciata).
Formato intermedio era l'ep (33 giri a 7" o 45 giri a 12") che permetteva di registrare un paio di canzoni per facciata, per una durata totale di circa 20 minuti.[1]

Il cd invece deve la sua durata al processo inverso: narra la leggenda che fu il presidente della Sony, Norio Ogha, a imporre che su un cd fosse possibile registrare (e quindi riprodurre senza interruzioni) la Nona Sinfonia di Beethoven. Da qui viene la durata originale di un cd, 74 minuti di musica, poi estesi fino a 80.

E così, come la musica pop deve il suo formato più caratteristico (la canzone di 3 minuti) al 78 giri e poi al 7", la musica rock non sarebbe stata la stessa senza gli album che permettevano di realizzare dischi in cui le canzoni fossero legate le une alle altre (concept album) oppure formati da canzoni più lunghe, fino alle suite che occupavano un intero lato di un lp.
Anche il formato ep, mai troppo popolare in Italia, aveva la sua ragione di essere, permettendo ai gruppi esordienti di realizzare un prodotto più rappresentativo della propria musica rispetto a un 7", ed allo stesso tempo meno costoso ed impegantivo di un intero album.
Lo stesso lp aveva una durata che poteva essere divisa agevolmente tra otto/dieci canzoni, senza la necessità di avere troppi pezzi "riempitivi" per arrivare a coprire la durata di un disco.[2]

La musica pop/rock è nata e cresciuta con questi formati, che sono giocoforza diventati i formati di riferimento per gli appassionati: singolo, ep, lp.
Col cd, cominciano i problemi: nei 74 minuti della Nona di Beethoven c'era un sacco di spazio in più da usare, senza grossi costi aggiuntivi.
E così molti, troppi dischi degli anni '90 sono fatti da non meno di quindici canzoni, con una crescita esponenziale di brani che avrebbero potuto e dovuto tranquillamente essere dimenticati tra gli inediti... cosa che purtroppo sta succedendo sempre più in questi periodi di vacche magre per l'industria musicale, con l'incessante riproposta di nuove edizioni dei "classici" infarcite dei maledetti inediti, che nel 99% dei casi non fanno che confermare la lungimiranza di chi, all'epoca, aveva scelto di lasciarli, per l'appunto, inediti... quando non si arriva al caso patologico dei Rolling Stones che gli inediti d'epoca li incidono al giorno d'oggi.

Probabilmente per abitudine, io penso che la durata "giusta" di un album debba essere quella classica di una quarantina di minuti, nè troppo corta nè troppo lunga, che permette di concentrarsi nell'ascolto e di avere pezzi normalmente interessanti.
Anche se, con il passare degli anni, il tempo che riesco a dedicare alla musica è sempre meno, e soprattutto è sempre minore la mia capacità/possibilità di concentrazione esclusiva sulla musica, e ultimamente tendo a preferire gli ep: venti minuti di musica sono la lunhezza ideale per evitare di stufarmi. Ci sono parecchi album degli anni '90 che non riesco più ad ascoltare perchè sono troppo lunghi!

Con il passaggio alla "musica liquida", cioè gli mp3/flac/quelchevoletevoi, cioè la musica in formato digitale, non ha più senso che esistano queste limitazioni.
La musica liquida dovrebbe permettere libertà assoluta di espressione a chi registra, che può tranquillamente permettersi di pubblicare "dischi" di venti o trenta minuti (o anche di due ore, se del caso), senza dover più fare i conti con le limitazioni dei formati fisici. Strada che, fortunatamente, viene già seguita da qualche net label.


Note e links:
[1] Poi esistevano anche formati non standard come i 10", i flexi-disc, i dischi incisi su un lato solo, etc. - ma sono numericamente poco rilevanti.

[2] E per i più creativi, ambiziosi o presuntuosi, c'era sempre la possibilità del disco doppio.

venerdì 9 dicembre 2011

Sentire e ascoltare: le parole della musica.

Nell'illustrazione: organo del corpo umano completamente inutile per gli appassionati di dischi in vinile e di gruppi rock in maschera

Sentire e ascoltare[1]: i due verbi non sono sinonimi.
Senza andare troppo in profondità nella grammatica italiana, ascoltare significa sentire consapevolmente, con particolare attenzione. E' la stessa differenza che c'è tra vedere e guardare.
Quando ci si riferisce alla musica, sembrerebbe che l'unico verbo adatto fosse ascoltare.
E invece no. La maggior parte delle persone si limita, curiosamente, a sentire.
Così facendo, come è ovvio, si perdono i significati che solo l'ascolto è in grado di veicolare: il semplice sentire non riesce a fornire un'esperienza appagante e completa.
E allora, per trovare i significati, diventa necessario rivolgersi altrove. Agli altri sensi, di solito: e così nascono le cazzate le teorie sull'importanza della copertina del disco, dell'odore del cartoncino e finanche del sapore e del colore del vinile.
Senza dimenticarsi la cazzata la teoria principe: l'analisi dei testi.
In un paese che ha una formazione musicale scolastica praticamente nulla, niente di strano. Se, come il 99% dei critici musicali, non sei in grado di parlare della tua materia con cognizione di causa, ti rifugi in quello che sei in grado di capire: guardare le copertine e leggere i testi.

Una delle citazioni preferite da chi non riesce/non è in grado a parlare di musica è questa[2]:
"Parlare di musica è come ballare di architettura".
Frase, a quanto pare, di Elvis Costello (le varie attribuzioni a Zappa, Burroughs, Mingus etc. sono errate).

Ma, come dice Franco Fabbri[3]:
"...la frase vorrebbe significare che usare un linguaggio a proposito di un altro è assurdo e un po' buffo, e che i critici musicali hanno pretese patetiche.
Mi spiace per Costello, uno dei musicisti che amo di più, ma è la frase ad essere buffa, e un po' patetici quelli che la citano gongolando, come se risolvesse il loro disprezzo per i discorsi sulla musica.
...è poi così strano usare linguaggio a proposito di un altro (con una funzione metalinguistica, si direbbe tecnicamente?)
Gesticolare di gastronomia: non lo facciamo tutti, noi italiani?
E poi, sono i musicisti per primi che parlano di musica. Spesso con un linguaggio diverso da quello dei critici, diverso da musica a musica, diverso da quello che usa chi non è nè musicista nè critico. magari fatto di segnali, di messaggi in codice, di metafore: ma è così che ci si capisce, quando si lavora insieme attorno alla musica.
E non parlano di musica proprio tutti, anche quelli che non possiedono un gergo tecnico, ma vogliono comunicare quello che provano quando ascoltano, le loro preferenze, i loro rifiuti? Sì, non ci dovrebbe essere niente di strano, di illogico a parlare di musica, o a scriverne..."


E Fabbri è fin troppo buono, eh: perchè la maggior parte delle recensioni di dischi è scritta da gente che non ha a disposizione un lessico tecnico-specialistico, e soprattutto non conosce l'abc della musica: saper suonare uno strumento.

Quindi, ecco le quattro categorie di recensione musicale che mi provocano la pecòlla:
  • la recensione che parla solo dei testi.
  • la recensione che cita armonia e melodia senza sapere di cosa sta parlando, composizione e arrangiamento senza che il recensore abbia mai nemmeno provato a scrivere una canzone.
  • in alternativa, le solite banalità pseudo-musicali chitarre taglienti, batterie potenti e bassi profondi. E queste ultime due categorie di recensori almeno ci provano, usando il linguaggio a loro disposizione. Cercano di comunicare.
  • la recensione che rinuncia del tutto a parlare di un disco specifico, e descrive le sensazioni provate dal recensore durante l'ascolto. Di solito da questo tipo di recensione si coglie prefettamente la bravura tecnica del recensore nell'uso della lingua italiana, e nulla del disco in questione. Tipo di recensione inoltre perfettamente intercambiabile e riutilizzabile all'infinito: basta cambiare il titolo e va bene per qualsiasi disco.


Note e links:
[1] I due verbi uniti (Sentireascoltare) fanno una delle poche riviste, sia pur on-line, di musica che ancora leggo con regolarità.

[2] Riciclo da un commento lasciato a un post di qualche tempo fa.

[3] Tratto da "L'ascolto tabù" di Franco Fabbri, che dedica alla frase un capitolo (pg. 252/254).